Sempre più lontano?

03 agosto 2015

Sempre più lontano?

L’editoriale del n. 564 di Le Scienze, in edicola il 3 agostodi Marco Cattaneo

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Non più tardi di una settimana fa la sonda New Horizons della NASA ha raggiunto Plutone, il pianeta più lontano del sistema solare. (Non me ne vogliano i planetologi e gli appassionati di tassonomia celeste, ma sono affezionato a quel nono pianeta di cui ci parlavano alle scuole elementari.)

Tra l’entusiasmo generale e qualche colorita manifestazione di scetticismo a proposito dell’opportunità di spendere tanto denaro per fare visita a una pietra surgelata a cinque miliardi di chilometri da casa, per ora New Horizons ci ha spedito solo qualche suggestiva foto, ma pur sempre abbastanza per restare affascinati dall’inattesa attività di quel mondo lontano e delle sue lune. In realtà New Horizons è costata 730 milioni di dollari. Quanto una settimana di guerra in Afghanistan, secondo l’Ufficio ricerche del Congresso. O poco meno di cinque F-35, i discussi aerei militari costruiti dalla Lockheed Martin di cui l’Italia dovrebbe acquistare 90 esemplari.

La piccola delusione, in verità, è che per il momento il nostro viaggio nello spazio si ferma qui. Con la tecnologia di New Horizons ci sono voluti quasi dieci anni per raggiungere Plutone. Alla stessa velocità, per raggiungere la stella più vicina, Proxima Centauri, ci vorrebbero 70.000 anni, più tempo di quanto ne è trascorso da quando Homo sapiens è migrato dall’Africa. Il che dà un’idea delle sterminate dimensioni dello spazio interstellare, e di quanto siamo distanti – per ora – dalla speranza di poterci spingere un po’ più in là nell’esplorazione del nostro vicinato galattico.

La buona notizia invece è che in pochi decenni (un batter di ciglia, sulla scala dei tempi cosmici) una civiltà tecnologicamente giovane, come è la nostra, è riuscita a dare un’occhiata a tutti gli oggetti più vistosi del sistema solare, curiosando qua e là e riuscendo a farsi un’idea di come si siano formati i pianeti, a cominciare dal nostro.
E, soprattutto, che non abbiamo nessuna intenzione di fermarci qui. La NASA, per esempio, dopo la cancellazione del programma Constellation, il successore degli shuttle, ha avviato un nuovo piano per un razzo in grado di portare equipaggio e carico nello spazio profondo, lo Space Launch System. Anche in questo caso tra entusiasmi e polemiche, come racconta David Freedman a pagina 80, SLS dovrebbe intraprendere il primo volo nel 2018. E forse, da qui a un quarto di secolo, sarà proprio questo controverso razzo basato su componenti dei vecchi space shuttle a portare il primo equipaggio umano su Marte. Nel frattempo dovrebbe riportarci sulla Luna e farci attraccare su un asteroide, o forse spedire una sonda robotica a cercare tracce di vita su Europa, il satellite di Giove.

A volte, pensando alla crescente complessità delle nostre imprese tecnologiche, sono tentato di credere che presto arriveremo al limite delle nostre capacità. Vuoi per gli ingenti investimenti economici, vuoi per le difficoltà intrinseche di costrui-
re macchine sempre più sofisticate. Poi mi viene in mente che quando è nato mio nonno, nel 1902, i fratelli Wright stavano ancora armeggiando in un’officina senza successo. E allora mi passa la voglia di mettere limiti alla nostra immaginazione.

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