PADRE FUNES, UN GESUITA TRA LE STELLE

12/11/2014  L’astronomo argentino dal 2006 dirige la Specola Vaticana. Il rapporto tra fede e scienza, tra Genesi e Big Bang. “L’extraterrestre è mio fratello” titolò l’Osservatore Romano pubblicando una chiacchierata con lui.

In comune, con Fabiola Gianotti ha due certezze: che la scienza – e l’astronomia – sono veicoli di pace. Ma anche che non esiste contraddizione tra evoluzionismo e fede. «Non solo possono convivere, ma si aiutano a vicenda. Le scoperte della scienza arricchiscono la fede», dichiara padre José Gabriel Funes, uno dei primi a congratularsi con la Gianotti, la “signora delle particelle”, di recente nominata direttrice del Cern. Il gesuita argentino dal 2006 guida la Specola Vaticana, l’imponente osservatorio della Santa Sede che possiede anche un telescopio ad alta tecnologia in Arizona e vanta un team di scienziati che fa invidia a quello della Nasa. Inaspettatamente, ma solo per chi crede che scienza e fede siano due universi paralleli, è padre Funes è un punto di riferimento per la comunità scientifica internazionale e, come spiega in quest’intervista, anche la fede considera la scienza una grande alleata.

Non è usuale incontrare un sacerdote astronomo. Come è nata la sua passione per le stelle?

«Diciamo che quella sacerdotale è una vocazione dentro la vocazione! Fin da piccolo, infatti, ero affascinato dall’osservazione del cielo. Ero all’Università, studiavo al corso di laurea in astronomia e, al terzo anno, ho sentito la chiamata di Dio. Ho atteso la laurea e poi sono entrato in seminario, iniziando quel bellissimo viaggio di formazione personalizzata tipico di noi gesuiti. Soltanto dopo l’ordinazione, ho svolto a Padova un master in astronomia, e poi sono stato destinato alla Specola, a Roma».

Perché alla Chiesa interessa lo studio dell’universo?
«Alla Chiesa sta a cuore tutto ciò che è umano e, a mio parere, una delle scienze più umane è proprio l’astronomia, che ha da sempre affascinato e ispirato la cultura umana, ci aiuta a capire da dove veniamo e verso dove andiamo».

Non c’è però il rischio che lo studio dell’astronomia ci allontani da Dio?
«No, anzi. L’aver compreso, ad esempio, che l’uomo non è più al centro dell’universo deve aiutarci a essere più umili. Papa Francesco ci ha più volte ricordato che siamo “alla periferia”, e possiamo dire addirittura di trovarci ai confini non soltanto del mondo, ma dell’universo! Questo cambio di prospettiva è importante, soprattutto perché ci dimostra che la nostra centralità di uomini non è data dalla posizione in cui ci troviamo, ma dall’incarnazione, dal fatto che Gesù si è fatto uno di noi. È questo evento a darci la dignità, a concederci uno spazio speciale nell’universo. L’incarnazione – ovvero la venuta di Dio che, come il buon pastore, si è messo alla ricerca della nostra umanità smarrita – non deve però farci credere che siamo al di sopra delle altre creature: dobbiamo avere rispetto e cura per la nostra Terra».

Padre Funes con papa Francesco.

Padre Funes con papa Francesco.

Come si armonizza l’incarnazione con la possibilità di altre galassie e, quindi, di altra vita?
«La fede ci aiuta a trovare una spiegazione. L’incarnazione è un evento unico nello spazio e nel tempo dell’universo. Dio si è fatto uomo 2000 anni fa, non prima né dopo. E si è anche fatto uomo in un luogo preciso: in Palestina, nella Terra Santa, non in Italia o in Argentina. Questo non toglie che, come scritto da Giovanni Paolo II nell’enciclicaRedemptor hominis, Dio nell’incarnazione si è unito a tutti gli esseri umani, quelli che sono esistiti prima di Gesù e quelli che vivranno dopo. Così possiamo dire che se ci fossero – e c’è un grande se – esseri intelligenti nell’universo, anche loro sarebbero uniti a Gesù».

In un periodo di crisi economica, ha senso spendere soldi per fare ricerca nello spazio?«È meglio che spendere soldi nelle armi! In realtà, anche i poveri hanno diritto di conoscere cosa accade nell’universo, tutti dovremmo avere accesso alla conoscenza scientifica, sapere che l’universo ha un’età di 14 miliardi di anni… perché questo ci rende umani. La scienza deve essere condivisa e comunicata. E poi, se vogliamo parlare da un punto di vista pratico, le missioni spaziali danno lavoro a molta gente. Del resto, è assolutamente giusto e necessario che gli Stati investano in educazione e ricerca. Forse, sono ben altri i costi che andrebbero tagliati…».

È da poco arrivata la nomina alla direzione generale del Cern per l’italiana Fabiola Gianotti che, due anni fa, annunciò la scoperta del bosone di Higgs. Come possono convivere scienza e fede?

«Non solo possono convivere, ma possono aiutarsi a vicenda, perché offrono diverse interpretazioni della stessa realtà. Nessuna di queste interpretazioni è assoluta, perché la scienza offre una visione parziale, valida, vera, ma pur sempre parziale: non possiamo ridurre tutto alla conoscenza scientifica. Così, anche la religione ha bisogno di un pensiero critico e razionale, altrimenti diventa fondamentalismo. Le scoperte della scienza arricchiscono la fede».

E la cosiddetta “particella di Dio”?
«La chiamano così, ma Dio non c’entra niente con la particella!».

Come è nato l’universo?

«La migliore spiegazione che abbiamo è quella data dalla teoria del Big Bang. Dio è il creatore, ma non possiamo pensarlo come un orologiaio o un ingegnere che “gioca” con i pezzi per costruire questo universo. Dio è la condizione di possibilità, sostiene l’essere e l’universo, permette a noi uomini di pensare, di fare scienza».

Il gesuita padre José Gabriel Funes, dal 2006 direttore della Specola Vaticana.

Il gesuita padre José Gabriel Funes, dal 2006 direttore della Specola Vaticana.

Padre Funes, un astronomo-gesuita come la mette con l’evoluzionismo?
«Tra fede è scienza ci sono stati conflitti in passato e ce ne saranno in futuro: è normale. L’importante, però, è superare col dialogo tutte le tensioni che possono nascere».

Quali sono le attività di ricerca della Specola?
«Siamo un piccolo istituto di astrofisica, eppure cerchiamo di fare ricerca in tutti i settori. Ci occupiamo del sistema solare, in particolare degli oggetti che potrebbero colpire la terra, siamo stati coinvolti nelle attività di ricerca di vita dell’universo, studiamo le galassie vicine e quelle lontane e la cosmogonia, la spiegazione della vita».

C’è quindi vita oltre la Terra?

«La ricerca continua. È difficile e fino a oggi non abbiamo notizie di scoperta neppure di vita primitiva nel nostro sistema solare. Ci sono dei luoghi più idonei di altri per trovare la vita, come sotto la superficie di Marte o nei satelliti di Giove, ma finora non si è trovato nulla. Sappiamo solo che milioni di anni fa su Marte scorreva l’acqua. Cerchiamo pianeti simili alla Terra, sempre però nella nostra galassia, non nelle altre, che orbitino attorno a stelle simili al nostro sole. Grandi telescopi, come quelli che si stanno costruendo, permetteranno di trovare atmosfere simili a quelle della Terra».

Ormai, non esistono più dubbi sull’esistenza delle altre galassie…
«È un dato di fatto. Ci sono 100 miliardi di galassie, ognuna ha 100 miliardi di stelle. Se dividiamo il numero di galassie per la popolazione umana, ogni persona avrebbe 14 galassie da studiare! Con le 100 miliardi di stelle ognuna, ovvio…».

Dove sta andando l’universo?

«Si espande, in maniera accelerata, ovvero sempre con velocità maggiore. È infinito, perché non ha un limite spaziale».

Quali sono i prossimi impegni della Specola?
«Il 2015 è l’anno internazionale della luce, con i 100 anni della relatività di Einstein. In Vaticano, stiamo organizzando dei convegni scientifici di ampio respiro».

Una curiosità: quali telefilm vedeva da piccolo?
«Star Trek, tutta la serie! Sono cresciuto con le vicende dell’Enterprise».

Un’ultima cosa: quando lei guarda il cielo, prevale il sacerdote o l’astronomo?
«Prevale il gesuita (ride)».

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